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Amianto, bonifica dei siti contaminati: l'attività di ricerca Inail


Un'attività capillare svolta attraverso la ricerca applicata sul campo, la formulazione di pareri tecnico-scientifici per pubblica amministrazione e privati e la redazione di linee guida "ad hoc"

Lo scopo della ricerca
"Al centro la tutela degli ambienti di vita e di lavoro". "Il nostro focus è la prevenzione - spiega Federica Paglietti, ricercatrice e responsabile scientifico del gruppo presso il Dipia, il Dipartimento installazioni di produzione e insediamenti antropici dell'Istituto - Prevenire ed evitare l'esposizione dei lavoratori, tutelare gli ambienti di vita, oltre che quelli di lavoro, circostanti le aree altamente contaminate, tenere sotto controllo l'amianto che si trova in zone ormai ben conosciute e da noi mappate: su questo si concentra il nostro impegno".

In seguito all'emanazione del decreto ministeriale dell'11 gennaio 2013, 18 dei 57 Siti da bonificare di interesse nazionale (Sin) sono stati declassati a "Sir", ovvero siti da bonificare di interesse regionale, ma quelli relativi all'amianto, tra cui quello di Casale Monferrato in provincia di Alessandria, rimangono immodificati. Una delle attività del gruppo Inail è proprio relativa al Sin di Casale, luogo simbolo delle morti da amianto, dove si trovava il più grande stabilimento italiano della Eternit, le cui vicende processuali sono di recente approdate alla sentenza di appello.

Le zone da risanare
Con la legge numero 426 del 1998, l'area di Casale è stata dichiarata sito da bonificare di interesse nazionale e comprende il territorio di ben 48 Comuni per una superficie totale di 739 km quadrati. Per le attività di bonifica in questo sito, ad oggi sono stati stanziati circa 47 milioni di euro, risorse finanziarie messe in campo dal Ministero dell'Ambiente e dalla Regione Piemonte.

Il gruppo amianto ed aree ex-estrattive minerarie dell'Inail ha realizzato nel Sin di Casale, insieme ai funzionari degli uffici tecnici comunali, dell'Asl e dell'Arpa, diversi sopralluoghi che hanno permesso di individuare situazioni a rischio ed elaborare procedure di bonifica definite "anomale", ovvero non previste per legge ma specifiche per il contesto ambientale. Attraverso l'elaborazione di pareri tecnico-scientifici e linee guida recepite dal ministero dell'Ambiente - quelle 2013 attualmente in fase di aggiornamento - i ricercatori Inail hanno contribuito, interagendo con gli enti locali, all'attività di risanamento del territorio.
In particolare, è stato bonificato l'ex stabilimento della Eternit, con la rimozione di 1.500 metri cubi di cumuli di amianto e 54mila metri quadri di superfici in cemento-amianto, lo smaltimento di 15mila metri cubi di lastre in vasche sotterranee del fabbricato e la demolizione di 160mila metri quadrati di superfici. Senza dimenticare labonifica di 12mila metri cubi di amianto friabile proveniente dalla sponda destra del fiume Po, in cui si era creata una vera e propria "spiaggia" di amianto generata dal canale di scarico delle acque dello stabilimento.
Un procedimento particolare riguarda la bonifica del cosiddetto "polverino", una polvere di scarto ricavata dalla lavorazione dell'amianto che gli abitanti del luogo, nel corso degli anni, prelevavano liberamente dalla fabbrica per utilizzarlo nelle proprie abitazioni come materiale coibente per sottotetti o per pavimentare i cortili. "Questo materiale - precisa Paglietti - contiene in peso circa il 10-15% di amianto, che vi si trova in forma libera e risulta pertanto più pericoloso rispetto allo stato compatto, perché facilmente respirabile. Insieme ad Arpa e Asl, è stata elaborata una metodologia specifica di bonifica, sperimentata sul campo nel 2003-2004 e autorizzata dal Ministero dell'Ambiente con decreto nel 2004. La tecnica prevede la rimozione a umido del polverino e viene utilizzata, per esempio, per bonificare aie e sottotetti. Ad oggi risultano bonificati circa 25mila metri quadri di superficie". Questa bonifica, proprio in un'ottica di prevenzione, è già stata eseguita gratuitamente in circa 150 siti distribuiti tra tutti i 48 Comuni del Sin.

Il contesto
Fino alla messa al bando del 1992, l'Italia è stata il secondo maggior produttore europeo di amianto dopo l'Unione Sovietica. L'Eternit, maggiore produttore italiano di manufatti in cemento-amianto fino ai primi anni '70, e la Fibronit, che a Casale Monferrato produceva esclusivamente cemento, fornivano oltre il 40% della produzione nazionale di manufatti in cemento-amianto.

Le circostanze in cui avveniva l'esposizione dei lavoratori e della popolazione delle aree circostanti erano molteplici: non solo durante l'attività lavorativa, per l'inquinamento degli stabilimenti di produzione o per il deposito a cielo aperto dei materiali di scarto di produzione, ma anche in modo più subdolo. "È il caso del trasporto dell'amianto grezzo dalla stazione allo stabilimento o dei prodotti finiti dallo stabilimento ai magazzini generali ubicati dalla parte opposta della città, che era attraversata con mezzi scoperti - spiega Paglietti - Oppure del riutilizzo di sacchi di juta nei quali, fino agli anni '60, arrivava nello stabilimento la crocidolite, particolarmente pericolosa per la salute".
"L'esposizione - aggiunge il responsabile scientifico del gruppo Inail - poteva essere causata anche dal trasporto e dal lavaggio delle tute di lavoro presso le abitazioni private, dalla coltivazione di orti o dalle attività ludiche che si svolgevano lungo la sponda contaminata del fiume, dal riutilizzo dei feltri utilizzati per la produzione di tubi e lastre per le tettoie o per la copertura degli attrezzi, e dal degrado delle coperture in cemento-amianto ampiamente diffuse sul territorio". Oggi, come sottolineato da Paglietti, la maggioranza di queste fonti di esposizione sono state rimosse "proprio grazie a un attento e costante lavoro di prevenzione in corso da anni, realizzato grazie alla piena interazione tra Ministero dell'Ambiente, Regione, Comune, Asl, Arpa, e al contributo tecnico-scientifico del Dipia"

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