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Morire di lavoro: quando il lavoro diventa una condanna a morte


Conclusa la lavorazione del film “Morire di lavoro” di Daniele Segre: sarà ufficialmente presentato alle istituzioni e successivamente comincerà a viaggiare per l’Italia diffondendo la cultura della prevenzione nei luoghi di lavoro.

Chiedersi se “Morire di lavoro” sia un film o un documentario, non è corretto. In questi ultimi anni, vedi l’affermazione di “Fahrenheit 9/11” del regista americano Michael Moore al Festival di Cannes, è tornata forte l’attenzione verso il cinema che racconta la realtà; un cinema che di realtà è permeato a tal punto da lasciarla parlare senza trasformarla in un falso palcoscenico.
 
“Morire di lavoro” è il film di Daniele Segre sugli infortuni sul lavoro, frutto di una lunga ricerca nei cantieri edili di Piemonte, Lombardia, Lazio e Campania e realizzato con la collaborazione della Fillea Cgil, un film che vuole far trasparire il dolore, la scabrosità, l’inammissibilità del quotidiano e drammatico “bollettino di guerra” delle morti bianche.  
 
Segre è uno dei pochi registi italiani che ha costantemente coltivato e alimentato la tradizione documentaristica in Italia, la tradizione di un "cinema utile" che racconta la società lasciando la voce ai suoi veri protagonisti, che esplora realtà "scomode" e diverse, magari appoggiandosi ad associazioni, enti e sindacati che nel territorio vivono e lavorano. Storie che ci permettono di riflettere e, perché no, di chiederci se un cambiamento, una trasformazione è possibile.  
 
Nel corso della sua attività trentennale, iniziata nel 1975 parlando di droga tra i giovani, Segre ha affrontato con l’occhio attento della sua telecamera molteplici problemi della società italiana, parlando spesso di lavoro. "Crotone, Italia", "Un solo grido, lavoro", "Dinamite", "Asuba de su serbatoiu" avevano già ampiamente scavato e fatto emergere dall’ombra tutte le ingiustizie e i drammi di questo mondo. 

Tuttavia dopo l’accorato appello del Presidente Napolitano relativo al dramma delle morti bianche in Italia, il cammino di Segre è ripreso: il suo "cinema dell'urgenza" ha fatto propria questa indignazione e ha rivolto l’obbiettivo della telecamera su uno dei comparti lavoratici più a rischio, quello edile.
 
Il film parla della fretta, dei subappalti, dei budget limitati e non sufficienti a pagare le protezioni necessarie; parla anche dell’immigrazione, del caporalato e delle infiltrazioni camorristiche. Parla e fa parlare: perché i protagonisti sono spesso gli operai e i familiari di chi ha perso la vita nei cantieri.  
 
Si è parlato sui giornali di una dedica di questo film agli operai della ThyssenKrupp, ma in realtà – racconta il regista – il film è dedicato a tutti quei lavoratori che ogni giorno rischiano la propria vita. Dopo la vittoria all’Onu riguardo alla moratoria della pena di morte – ricorda il regista - è ora venuto il momento di fermare le morti di lavoro. In Italia si muore con una “media di quattro o cinque lavoratori al giorno” e alcuni luoghi di lavoro rischiano di essere “una condanna a morte”.
 
“Morire di lavoro”, la cui lavorazione si è conclusa in questi giorni, verrà ufficialmente presentato alle istituzioni. Magari, spera Segre, con una anteprima alla Camera dei Deputati e con un invito del presidente Bertinotti che il regista ha incontrato la scorsa estate.  

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