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Il 2° rapporto Anmil sulla tutela delle vittime del lavoro


“Tutela e condizione delle vittime del lavoro tra leggi inapplicate e diritti negati”: questo il titolo del nuovo rapporto ANMIL. Se le carenze della prevenzione sono finalmente oggetto di attenzione, poco si sa delle condizioni delle vittime del lavoro.

Quando gli incidenti sul lavoro sono circa un milione l’anno e i morti più di mille, quando ogni 7 ore muore un lavoratore, non si può dire che in Italia un fondamentale diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di ciascuno nel normale svolgimento della propria attività, sia garantito.  Non si tratta infatti di un fenomeno marginale e in via di estinzione, bensì di un effetto perverso che sembra profondamente innervato nel modo di produzione e nello stesso modo di essere della modernità. In realtà, siamo in presenza di un fenomeno sociale di massa, sebbene la società non lo riconosca come tale.
 
Questa la presentazione del 2° rapporto “Tutela e condizione delle vittime del lavoro tra leggi inapplicate e diritti negati” presentato ieri dall’Anmil (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro).
 
Lo studio elaborato dall’ANMIL intende offrire un contributo alle principali questioni che riguardano le vittime del lavoro e i loro familiari affinché, al di là della commozione, del cordoglio e della solidarietà sociale, si trovino concrete soluzioni alla loro quotidianità fatta di solitudine, abbandono e tutele assicurative, sanitarie e giudiziarie, quasi sempre negate. Infatti, se le carenze della prevenzione sono ormai finalmente oggetto di attenzione, troppo poco si sa delle ingiuste condizioni in cui si ritrovano le vittime del lavoro.
 
“Di certo una vera e propria guerra a bassa intensità, che di regola si svolge nell’ombra e nel silenzio. Una vergogna che macchia il Paese, che ignora il diritto al lavoro e alla sua sicurezza. E’ una contabilità spesso arida e anonima, persino controversa, che non ha sussulti neanche di fronte alla fine di una vita”.
“Occorre dare atto alle Istituzioni del grande impegno profuso nell’ultimo anno e mezzo rispetto alla lotta contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, ma dal Rapporto predisposto dall’Associazione emerge un quadro complessivo che resta, purtroppo, ancora molto opaco”.
 
Il 2° rapporto Anmil “Tutela e condizione delle vittime del lavoro tra leggi inapplicate e diritti negati” (formato PDF, 175 kb).
  
La sintesi del rapporto Anmil.
 
La sicurezza sul lavoro e l’andamento degli incidenti
Tra il 1995 ed il 2004 si è registrato nell’ambito Europeo un trend di riduzione degli incidenti sul lavoro, pur con differenze anche ampie tra i vari paesi in conseguenza certamente del diverso livello di sviluppo economico ed in un comune quadro normativo.
L’Italia rispetto a questo trend non è, purtroppo, trainante: in dieci anni gli infortuni mortali nell’Unione Europea sono diminuiti del 29,41%, mentre nel nostro Paese solo del 25,49%, un dato non esaltante rispetto a quello di paesi come la Germania (-48,30%) o la Spagna (-33,64%). In termini assoluti poi, l’Italia resta il paese con il più alto numero di morti sul lavoro.
Nelle cifre ufficiali va un poco meglio per gli incidenti non mortali, rispetto ai quali tuttavia si deve tenere conto dell’elevato numero di infortuni non denunciati (l’INAIL stima siano circa 200.000) nell’ambito del lavoro nero.
Certamente, non è soltanto una questione di numeri: che gli infortuni sul lavoro siano una piccola percentuale in più o in meno rispetto all’anno precedente non è la cosa più importante, non aiuta a cambiare, sono sempre tanti, troppi. Nell’era della tecnologia digitale, gli operai edili e metalmeccanici, come ieri e forse di più, muoiono o rimangono colpiti con gravi, invalidanti, esiti permanenti dagli infortuni sul lavoro.
Ma, le statistiche ci dicono che realmente è possibile fare di più, che altri ci sono riusciti, salvando così centinaia di vite.
 
Il male dell’Italia è che le leggi sembrano esistere solo sulla carta e la speranza è che la stessa sorte non tocchi anche a quella varata nell’agosto del 2007, particolarmente avanzata nei principi ispiratori e nelle previsioni normative, ma oggi a rischio di restare incompiuta a causa delle vicende politiche.
Anche oggi, dopo che l’attenzione al fenomeno è enormemente cresciuta, grazie ai continui appelli del Presidente della Repubblica ed a seguito, purtroppo, di ripetute tragedie sul lavoro, la sensazione è che le buone leggi che ci sono restino solo sulla carta e che sul fronte della cultura della sicurezza siano davvero pochi i passi in avanti.
Come riscontro di questa sensazione, al di là delle dichiarazioni di commozione, di cordoglio e di solidarietà, ci sono d’altra parte alcuni fatti concreti:
 
- a cinque mesi dall’entrata in vigore della legge 123/07 (nuove norme in materia di sicurezza sul lavoro) i coordinamenti provinciali delle attività ispettive previsti all’art. 4, stanno appena muovendo, quando va bene, i primi passi;
 
- si stima che il personale impegnato nella prevenzione infortuni, se dovesse controllare tutte le aziende, ognuna di esse riceverebbe un controllo ogni 23 anni, ed infatti si interviene quasi sempre solo dopo l’infortunio;
 
- sul fronte penale i reati di omicidio colposo o lesioni conseguenti al mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro sono sostanzialmente impuniti, vuoi per i tempi della giustizia vuoi per l’indulto intervenuto nel frattempo; nell’ordinamento giudiziario francese vi è un Pool di Pubblici Ministeri e di giudici istruttori i quali hanno una competenza per quasi tutto il territorio francese sugli affari e i reati di maggiore rilevanza sul piano nazionale che attengono la salute. In Spagna è stata introdotta la figura del procuratore speciale per gli incidenti sul lavoro. Nel nostro Paese per le vittime del lavoro ottenere giustizia è purtroppo una timida e quasi sempre disattesa speranza.
 
A fronte di una situazione di questo genere i rimedi sono ovvii ed indicati da più parti, ma occorre avere la autentica volontà di porli in essere:
- investire sulle attività di prevenzione e controllo;
- introdurre sanzioni adeguate alla gravità ed alle conseguenze dei comportamenti;
- organizzare un apparato amministrativo e giudiziario che assicuri l’applicazione certa e rapida delle sanzioni;
- promuovere iniziative informative, formative e culturali che sviluppino nel medio-lungo periodo una maggiore attenzione alla prevenzione.
In sostanza, quello che occorre è il passaggio dalle dichiarazioni ai fatti.

La tutela delle vittime di incidenti sul lavoro e di malattie professionali
 
L’indennizzo economico del danno
La riforma realizzata con il Decreto legislativo 38/2000 - con il quale è stata introdotta in via sperimentale la copertura del danno biologico, salutata come un intervento che si annunciava migliorativo per la definizione delle rendite - nella sua applicazione concreta ha comportato un netto ridimensionamento del livello delle prestazioni in rendita se non addirittura la trasformazione dell’indennizzo da rendita, a capitale liquidato una tantum.
 
Per fare un esempio: un lavoratore infortunato che perde un piede, nel caso abbia moglie, un figlio a carico e una retribuzione media, percepisce dall’INAIL il 13,39% di rendita in meno (963 euro l’anno) rispetto al regime precedente al Decreto 38/2000 e perde circa 45.000 euro di risarcimento in sede civile.
 
Di fatto la nuova legge non ha tutelato il lavoratore: ha tolto buona parte sia del risarcimento che dell’indennizzo dovuto. Come si può agevolmente dimostrare (e la matematica è una scienza, non un’opinione), chi si è infortunato dopo il 25 luglio 2000 è molto meno tutelato di prima, anche se qualcuno dice che adesso l’INAIL paga anche il danno biologico. 
 
Se i lavoratori vittime di infortuni o malattie professionali ci hanno rimesso, chi ci ha guadagnato?
I grandi gruppi assicurativi privati che garantiscono la responsabilità civile delle aziende hanno visto ridursi drasticamente il quantum dei risarcimenti erogati a favore dei lavoratori infortunati.
Le imprese hanno potuto ridurre i costi delle coperture assicurative.
L’INAIL dall’avvio della riforma ha iniziato ad accumulare avanzi di amministrazione, che ormai viaggiano su più di due miliardi di euro l’anno, per un totale ad oggi di oltre 13 miliardi di euro finiti nelle casse dello Stato.
 
Il risultato è che l’INAIL ormai non è più posto in condizione di garantire tutela adeguata alle vittime del lavoro:
-                      eroga prestazioni economiche peggiori che in passato;
-                      non può svolgere interventi sanitari adeguati;
-                      non può promuovere interventi per il reinserimento lavorativo.
 
E non solo non si è provveduto a quei piccoli aggiustamenti sollecitati dall’ANMIL che avrebbero consentito di rimediare alle più palesi incongruenze, ma nemmeno si è messo mano alla riforma del Testo unico del 1965, la legge base dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, ormai del tutto squilibrata dall’età e dai continui interventi di modifica.
 
Senza contare che dal 1995, con la riforma delle pensioni del Governo Dini, agli infortunati sul lavoro è precluso anche l’accesso all’assegno di invalidità ed alla pensione di inabilità dell’INPS, con il risultato che il risarcimento per il danno subito diventa mezzo di sostentamento. Ed anche in questo caso, nonostante la volontà unanime delle forze politiche di abolire questa norma, sembra impossibile reperire le poche risorse finanziarie necessarie (circa 20 milioni).
 
La tutela giudiziaria
Per quanto riguarda il fronte giudiziario vero e proprio i lavoratori infortunati e le famiglie dei morti sul lavoro scontano tutte le inefficienze classiche del sistema giustizia (procedimenti giudiziari lunghissimi, termini ridotti di prescrizione nel procedimento penale, indulto, inefficienza del sistema di accertamento delle responsabilità).
Su questo punto l’ANMIL concorda con il pensiero del Procuratore Aggiunto di Torino Raffaele Guariniello che in questi giorni ha sollecitato la creazione di un organismo giudiziario nazionale che potrebbe avere una competenza per gli affari più rilevanti su tutto il territorio. Dove non ci sono magistrati specializzati in sicurezza, infatti, è impossibile affrontare processi che richiedono competenze specialistiche e anche procedurali di grande rilievo.
 
Il reinserimento al lavoro
La legge 68/1999 sul diritto al lavoro dei disabili contiene specifiche e speciali norme per il ricollocamento e la riqualificazione degli infortunati sul lavoro con l'obiettivo di garantire ad una particolare categoria di disabili, per lavoro, un trattamento di riammissione al lavoro che tenga conto del fatto che essi, prima dell’evento dannoso, erano già pienamente integrati nel mondo del lavoro. Ad oggi risulta inserito solo il 5% degli iscritti al collocamento. Questo percorso specifico è rimasto soltanto sulla carta.
 
Riorganizzazioni enti previdenziali
Grande preoccupazione desta tra le vittime del lavoro la sorte nell'immediato futuro ed a medio termine delle ricorrenti iniziative per l'unificazione degli enti previdenziali e della gestione delle diverse forme di tutela.
Non intendiamo – sottolinea l’Anmil - in questa sede entrare nel merito del dibattito in corso su questo tema se non per sottolineare ancora una volta come il motivo conduttore di queste iniziative sia costituito dalla riduzione dei costi e delle spese, vista non come ricaduta della razionalizzazione del sistema, ma come obiettivo fine a se stesso.
Manca - o sembra al più una clausola di stile - l'impegno per sinergie e cooperazioni volte a migliorare la qualità dei servizi e l'efficacia della tutela da garantire agli utenti dei servizi stessi. È auspicabile, quindi, che fra le tante ipotesi prospettate prevalga un assetto che valorizzi la possibilità di integrazione dei servizi orientati alla tutela per i rischi del lavoro e la salute dei lavoratori, con la partecipazione della intera filiera dei soggetti - non solo previdenziali - che di tale tutela sono protagonisti.
Resta in ogni caso la preoccupazione e in certa misura lo sconcerto per il fatto che gli enti previdenziali siano considerati, in definitiva, dei semplici strumenti operativi dello Stato - al di là di quanti organi rappresentativi siano presenti al loro interno - dei quali interessa il valore complessivo ed il risparmio complessivo che possano realizzare.
 
Fonte: Anmil


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